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04 January LIMESAssociazione Un Arte Nel Mucchio-giovani Artisti in mostraGennaio 2008
Post recentiArchivi30/12/2007LIMES
Poiché la ricerca artistica è, per definizione, il tentativo di varcare i limiti del già visto e del conosciuto, la stessa idea di limite ha finito per trasformarsi nel suo opposto, uno spazio di libertà espressiva in cui tutti hanno trovato il modo di misurarsi con una sfida personale, in definitiva di varcare il proprio limite o di metterlo in evidenza. La mostra ha assunto di conseguenza, né poteva essere altrimenti, un carattere multiforme e variegato, nei linguaggi e nella qualità delle opere, con una quantità di stimoli nella quale è abbastanza difficile districarsi. In più i curatori della mostra, Alessandro Bottone e Diletta D’Arienzo, hanno chiesto ai partecipanti di scrivere due righe sulle proprie opere, e così alle proposte visive si aggiungono delle proposizioni verbali, che certamente aiutano a chiarire gli intenti dei singoli espositori, ma allo stesso tempo aprono nuovi interrogativi. Proviamo a metterne in evidenza alcuni tra i più ricorrenti, a partire da quelli che riguardano la natura stessa del linguaggio come “limite”: come far convivere la natura illimitata dell’immaginazione con lo spazio fisico, necessariamente limitato, dell’opera? E’ la sfida che si propongono, tra gli altri espositori, Carol Lomanto e Selmar Comella, e, a suo modo anche Giovanni Scotti, che crea un interessante corto circuito tra immagini “rubate” alla televisione e proposizioni verbali che rimandano al carattere artificioso di qualsiasi comunicazione visiva. Raffaella Romano riflette su. “l’intangibilità e la fragilità dell’immaginario”, visualizzandole in un gioco di scatole cinesi, mentre Andrea Gallo con il suo light-box psichedelico afferma la fede incrollabile nell’ “immaginazione, unica realtà priva di ogni limite”. Il vero limite, per lui come per Giovanni Arminio, è nella nostra appannata capacità percettiva, che l’arte può aiutarci a lubrificare e a migliorare anche attraverso giochi ormai classici della tradizione surrealista e visionaria, come il riconoscimento di una seconda (terza, quarta…) immagine nascosta in quella più evidente. Alla struttura semantica del gioco ricorre anche Roberto Jacovello che ripropone in grande scala quei puzzle tridimensionali di cubi con cui tutti ci siamo divertiti da piccoli: una forma geometrica, emblematica del massimo di razionalità, che si trasforma in occasione di imprevedibili metamorfosi “il gioco, afferma nel suo scritto di autopresentazione- serve a ricondurre il fruitore sulla strada originale, primordiale del pensiero che si apre ad un campo totale di possibilità”. La percezione della geometria e della razionalità non come limite ma come opportunità, strumento operativo che permette di varcare la soglia della percezione comune verso l’infinito, è anche il tema di alcuni tra i lavori più “astratti” presenti in mostra, come quelli di Maria Samele, Emiliana Amendola, Anna Gioia. Veniamo ai lavori che affrontano i risvolti esistenziali del concetto. Per Veronica Longo la scoperta del “limite” coincide con l’inizio dell’età adulta, ed ecco la sua bella immagine di una bambina che gioca con le bolle di sapone “…viviamo cercando di districarci dalle barriere quotidiane che ci siamo creati o che gli altri hanno tentato d'imporci. Eppure, se ci osserviamo con attenzione, possiamo vedere che c'è un intero universo dentro di noi, senza limiti di spazio o di tempo, un posto magico nel quale rifugiarci, e dove tutte le nostre speranze non trovano ostacoli. In quel luogo, dove tutti i colori o le idee sono degne d'esistere, ognuno può esprimersi come crede e lasciare che quel bambino smarrito ritorni nuovamente a sognare...”. Difendere il bambino che è in ognuno di noi può essere un buon modo per crescere sani, ed ecco venir fuori, in alcuni dei lavori esposti una vena ironica e irriverente “tra sorrisi dipinti e lacrime vere, tra paura e coraggio, etere ed aria pura”, come ci suggerisce Mirko D’Auria, e come ci fanno intuire Luana Palombo, con il suo bicchiere (mezzo pieno o mezzo vuoto?) Giampiero D’Agostino con un improbabile superman incapace anche di scavalcare un muretto. Altre volte la scoperta del limite assume toni più drammatici, come nell’installazione di Antonio Esposito Majello o nelle sculture di Anita Agresta, Annarita Buonanno, ma è del resto una costante nel lavoro degli scultori la forte percezione del proprio corpo come primo e invalicabile confine con il quale fare i conti. L’idea di Metamorfosi che è alla base di tanti capolavori del passato continua ad agire anche oggi come potente antidoto all’impossibilità di evadere i propri confini fisici, ed ecco Irene Pisani che ricompone con frammenti di corteccia l’anatomia di un corpo umano. Ai miti, se non addirittura all’etimologia del termine “limes”, si rifanno anche i lavori di Mirko Battisti, Dario Correale, Giovanni Zaccariello, mentre una soluzione di tipo “energetico”, fuori dai percorsi consueti dell’immagine, ma semmai più legata alla tradizione della junk sculpture e della performance, è quella proposta da Emanuele De Ruvo, che ha iniziato costringendo a forza di pietrate un frigorifero a trasformarsi in una scultura, si è liberato del peso dei suoi limiti con una sostanziosa azione fisica, più che intellettuale, ed è approdato ad un precario equilibrio tra limite e libertà, che è poi forse il massimo che ci si può aspettare in tempi difficili come questi.... Valerio Rivosecchi |
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